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Tecnologie in Sanità nel post-COVID

Alle porte dell’estate la fase acuta dell’emergenza COVID-19 sembra essere ormai alle spalle, perlomeno nei Paesi europei. 

La forte riduzione dell’attività clinica e chirurgica osservata in questi mesi a causa della pandemia, e le raccomandazioni delle diverse Società Scientifiche redatte per la gestione di questo periodo emergenziale, ci hanno improvvisamente riportato indietro di qualche anno, per il limitato utilizzo delle tecnologie emergenti soprattutto in campo chirurgico.

Tali circostanze ci hanno fatto riflettere sulla reale utilità della prepotente spinta tecnologica che abbiamo vissuto negli ultimi decenni in ambito sanitario, facendo emergere nuovi interrogativi riguardo la direzione da intraprendere nel futuro. Infatti, se nella fase critica si è assistito ad una drastica riduzione delle prestazioni “dirette” verso il paziente sia in campo diagnostico che operativo a causa della pandemia, al tempo stesso si è verificata un’espansione senza precedenti delle tecnologie di telecomunicazione.

Tutti gli attori del sistema sanitario (dai medici ai pazienti stessi) hanno preso confidenza con i diversi sistemi di web-meeting, non solo a fini sociali, ma anche, e soprattutto, per motivi lavorativi, implementando all’interno della attività quotidiana l’utilizzo di svariate tecnologie di smart-working, che si sono tradotte in attività di “telemedicina”.

È sulla base di questo dualismo (tecnologia applicata al paziente e tecnologia della comunicazione) che è possibile teorizzare in futuro uno sviluppo su due diversi piani: un primo piano (“verticale”) che riguarda la singola prestazione sul paziente; ed un secondo piano (“orizzontale”) che riguarda invece l’interconnessione tra medici e pazienti, e la condivisione delle informazioni tra di essi.

Per quanto riguarda la tecnologia “verticale”, la sua applicazione è già ben consolidata in diversi ambiti (sia diagnostici che terapeutici) ed i suoi indirizzi di ricerca e sviluppo proseguiranno come nel passato. La sua diffusione in ambito clinico è estesa su tutto il territorio nazionale e consente di erogare prestazioni ad alto contenuto tecnologico, migliorando qualità ed aspettative di vita dei pazienti. Tuttavia, essa risente di un certo grado di disomogeneità di distribuzione, poiché l’istituzione sanitaria che investe in tecnologie “verticali”, premia le realtà operative più fertili e ne esalta le singole eccellenze territoriali. Sarà compito delle Istituzioni stesse correggere in futuro queste disomogeneità.

Quindi, se il disegno di sviluppo di tecnologie “verticali” sembra essere già ampiamente delineato, invece il percorso per lo sviluppo delle tecnologie “orizzontali” è ancora tutto da tracciare. Infatti, un programma solido di telemedicina è da ideare e pianificare nel concreto. Il termine telemedicina include tutto ciò che è volto a “migliorare l'assistenza sanitaria, la sanità pubblica e l'educazione sanitaria mediante le tecnologie di telecomunicazione”. In essa possono essere distinti diversi ambiti di applicazione, che vanno dal “teleconsulto” e “telecompetenza” fino al “telemonitoraggio” e “teleassistenza” o “telechirurgia”. Pertanto il termine “telemedicina” è ampio ed inclusivo, non limitandosi al solo colloquio tra personale sanitario e pazienti ma contemplando anche attività di consulto di esami ed immagini in remoto, con possibilità di prendere decisioni cliniche. Inoltre, non esclude la possibilità di intervenire/interagire durante specifiche procedure diagnostiche o terapeutiche.

Alcuni Paesi come la Francia sono pionieri in questo ambito, poiché hanno inserito lo sviluppo della telemedicina all’interno del loro piano sanitario nazionale, da realizzarsi entro il 2022. In Italia, benché già nel 2014 siano state pubblicate da parte del Ministero della Salute le “Linee di Indirizzo Nazionali” sulla Telemedicina, esse sono state applicate solo in parte e solo in alcune regioni.

Oggi più che mai, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’incremento delle patologie croniche è necessario, se non indispensabile, utilizzare strumenti innovativi per avvicinare il medico ai pazienti. Tale condizione si è resa ancora più evidente durante il periodo di pandemia COVID-19. Pertanto, la rivoluzione copernicana della Telemedicina deve da un lato inserirsi in una cornice normativa già esistente, dall’altro dare forma e contenuto ad un progetto concreto con tempi di realizzazione brevi; in questo senso la condizione di emergenza che abbiamo vissuto può essere di aiuto.

Inoltre, è cruciale superare le divisioni di competenza regionale, almeno dal punto di vista dei sistemi operativi, per uniformare tutta la nazione ad un linguaggio informatico comune, ad oggi estremamente eterogeneo. Dobbiamo consentire a tutti gli operatori sanitari, in qualunque sede essi si trovino e nel rispetto delle norme che regolano la privacy dei dati, 1) di accedere ai sistemi telematici per conoscere la storia clinica dei pazienti, 2) di poter consultare esami laboratoristici e di imaging da remoto, 3) di poter effettuare teleconsulti, telemonitoraggi e teleassistenza, al fine di abbattere le barriere fisiche tra ospedali e territorio oltre che a ottimizzare il tempo speso per la cura della salute, con evidenti risvolti positivi dal punto di vista economico, ecologico e sociale.

Nel concreto, i medici non devono più vivere la condizione di dover attraversare le città per richiedere o consultare un esame radiologico così come i pazienti devono poter rimanere al proprio domicilio senza doversi recare in studi medici con voluminosi faldoni di documentazione clinica per effettuare un semplice controllo. Pertanto, è indispensabile che le figure istituzionali agiscano con prontezza per mettere in atto in breve tempo un sistema capace di realizzare questi obiettivi.

Se vogliamo creare un sistema sanitario moderno e all’avanguardia, pur continuando ad investire nel perfezionamento di tecnologie volte alla cura del paziente, dobbiamo anche implementare in maniera sostanziale e con celerità tutte quelle tecnologie che consentono di mettere in comunicazione i pazienti stessi con tutte le professionalità sanitarie, favorendo l’integrazione dell’assistenza territoriale ed ospedaliera, e trasformando così il concetto di “curare” in “prendersi cura” della persona.

 

Prof. Francesco PORPIGLIA

Ordinario di Urologia, Direttore della Scuola di Specializzazione di Urologia, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Oncologia, AOU San Luigi Gonzaga, Orbassano (TO)